Siamo tutti tabaccai – Giovanni Petrali

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Siamo tutti tabaccai – Giovanni Petrali

 “Mani in alto! Questa è una rapina! urla uno dei due puntando una  pistola contro nostra madre, intanto  l’altro entra dietro il bancone trascinando con sé papà e comincia ad arraffare i soldi nel cassetto. Sembra il copione della classica rapina, ma improvvisamente gli eventi precipitano, i due criminali vedono una cassaforte nel muro, pretendono le chiavi, ma i miei genitori  non le hanno. La situazione va fuori controllo, uno dei due prova a intimorire mio padre , vecchio bastardo!, lo insulta mentre l’altro intanto urla  “Spara! Spara! Spara! A quel punto la pistola si sposta pericolosamente verso nostro padre che se la vede puntata contro. Un attimo e scatta la reazione : dalla sua pistola esplodono  quattro colpi diritto davanti a sé, in direzione del rapinatore armato”- è Nicolò Petrali che racconta  la storia di suo padre, Giovanni, il tabaccaio di Milano che il 17 maggio del 2003 sparò e uccise uno dei due rapinatori entrati nel suo negozio, e ne ferì un secondo: di questa storia  sono state scritte decine e decine di pagine durante i  lunghi anni del calvario giudiziario che tutta la famiglia ha sofferto. Difeso da suo figlio Marco, in primo grado Giovanni Petrali viene condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con pena sospesa. Secondo il giudice,  dei quattro colpi sparati, solo il primo sarebbe stato di legittima difesa, mentre gli altri tre – due dei quali hanno colpito i criminali alle spalle – sono avvenuti fuori dalla fase dell’offesa.

La colpa del signor Giovanni sarebbe stata di non aver considerato tutto questo mentre un delinquente gli puntava la pistola alla testa e minacciava sua moglie.  “Purtroppo i media hanno cavalcato per qualche anno la versione della procura, corroborata da perizie del tutto sbagliate (malafede?)- prosegue Nicolò, che nella vita è giornalista, -e mio padre è, ancora adesso per molti, il tabaccaio che ha ucciso per strada. Invece una perizia superpartes ha in seguito stabilito che mio padre ha colpito entrambi i banditi dentro al locale mentre erano frontali a lui con la pistola puntata. I rapinatori, italiani, avevano entrambi una fedina penale lunga un kilometro e al momento della rapina erano drogati. In secondo grado, nel 2012, venne invece assolto per legittima difesa. Il pm ha sempre chiesto la condanna per omicidio volontario, per lui nostro padre era un giustiziere che voleva uccidere a tutti i costi i banditi e che li aveva colpiti alle spalle fuori dal negozio mentre ,stavano scappando”-. Di tutta questa terribile storia la cosa che più fa riflettere è che, in questi casi, chi è stato costretto a difendersi, e quindi VITTIMA di un’aggressione, nel processo,  sia l’imputato.

D- Sono trascorsi molti anni dal terribile evento,  oggi qual è la reazione di  papà Giovanni  quando  sente parlare di misfatti di questo tipo nei confronti di altri cittadini?R- “Nostro padre è rimasto molto colpito e turbato dalla prima perizia, quella fatta dal consulente della pubblica accusa secondo la quale lui aveva colpito i rapinatori fuori dal locale a una distanza di quaranta centimetri mentre questi, feriti, stavano scappando. Insomma, se fosse stato ver,  significava che nostro padre aveva giustiziato una persona con tutte le conseguenze giuridiche che ciò avrebbe comportato. Gli avrebbero dato l’ergastolo e lui avrebbe passato il resto della vita in carcere. Per questo nostro padre, quando commenta altri casi come il suo, continua a ripetere che bisogna stare molto attenti a prendere per vere determinate perizie. Che possono esserci errori, ricostruzioni sbagliate, incompetenza, forse persino malafede”-.                                                                                                                        

D- Da figli, subito dopo l’accaduto, come avete vissuto singolarmente i momenti successivi?                      R- “Un’agonia giudiziaria durata dieci anni e causata in gran parte da un accanimento da parte dell’accusa che noi e, credo, tutte le persone di buon senso, abbiamo giudicato eccessivo. A danno per altro di un uomo buono e onesto, grande lavoratore, che ha solamente difeso se stesso e sua moglie da due malviventi di professione, violenti, e che al momento della rapina erano anche drogati. Soltanto chi ci passa può capire cosa si prova. Non solo la tragedia di trovarsi costretti a uccidere una persona ma dover sentire poi l’accusa dipingere il proprio padre come un giustiziere e chiedere insistentemente la sua condanna per omicidio volontario mentre i due rapinatori venivano chiamati gentilmente ragazzi!” -.

Nicolò e il fratello Marco, hanno deciso di  raccontare  la loro dolorosa vicenda in un libro che è stato presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 14 giugno.  “Legittima difesa. La vera storia di una rapina finita nel sangue”, edito da Historica Edizioni; nell’occasione erano presenti la presidente di UNAVI Unione Nazionale Vittime Paola Radaelli e la vicepresidente Federica Pagani Raccagni.

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